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Photo by Leyre Labarga on Unsplash

Open Data: formazione, riuso e monitoraggio dell’impatto economico e sociale

di Giovanna Stagno.

I dati sono la materia prima dell’economia digitale. La Pubblica Amministrazione è il soggetto che produce e utilizza la più grande quantità di dati, dati che se aperti alla collettività svelano tutto il loro potenziale di acceleratori di sviluppo e di crescita. Le opportunità che gli Open Data aprono al mercato, alla società e alla Pubblica Amministrazione sono state oggetto del convegno Sistema Open Data: esperienze italiane verso una strategia nazionale tenutosi all’interno del FORUM PA 2018.

Un grande e interessante dibattito che ha visto la partecipazione di Pubbliche Amministrazioni centrali, Regioni, Comuni ed esperti della tematica, coinvolti a diverso titolo nella creazione di un grande sistema informativo nazionale.

Sullo sfondo del convegno alcuni aspetti di contesto che sono stati oggetto di riflessione su più livelli nei mesi passati e che lo sono ancora oggi:

  • La necessità crescente di un’ “ingegnerizzazione” del metodo e delle procedure di pubblicazione, del processo di valorizzazione del patrimonio informativo pubblico e del consolidamento delle strutture organizzate incaricate dei processi di apertura[1].
  • L’insistente richiesta di liberare dataset considerati ad alto impatto. Ma cosa si intende per alto impatto? E come si individuano questi dati? Quali azioni mettere in campo per intercettare e stimolare la domanda dei dati da parte della società civile e delle imprese?
  • Una ormai imprescindibile vision nazionale e unitaria in materia di Open Data. L’opportunità di un salto più in alto nel coordinamento di tutte le iniziative locali a livello nazionale è stata evidenziata peraltro nell’overview sulla situazione italianaall’interno del rapporto Open Data Maturity in Europe 2017.
  • La consapevolezza che la partita si gioca adesso su un altro fronte, quello della promozione del riutilizzo dei dati sui territori e dello studio del loro impatto economico[2].

Nel frattempo il contesto si è arricchito di nuovi e interessanti report. In primis la pubblicazione del DESI 2018 che evidenzia un importante balzo in avanti dell’Italia in materia di Open Data. L’Italia passa dal 19° posto del 2017 all’8° posto nel 2018, portandosi così sopra la media UE. Il DESI conferma la posizione dell’Italia tra i “trendsetter”, i Paesi più avanti rispetto a Open Data Readiness (la capacità di implementare una politica di Open Data a livello nazionale) e Portal Maturity (la disponibilità di un portale nazionale di dati aperti usabile e con funzionalità avanzate per il riuso dei dati). Gli Open Data emergono positivamente in quadro non molto roseo che vede l’Italia ancora indietro su buona parte dei temi del digitale (25° posto su 28 Paesi).

Il monitoraggio dei progetti di trasformazione digitale effettuato da Agid peraltro conferma per gli Open Data ritmi di avanzamento in progressiva crescita: 387 Amministrazioni pubblicano 20.387 dataset, superando il target di dataset posto a 15.000 per il 2018 (dati al 30.04.2018).

Si tratta di un passo in avanti importante, a cui la strategia e il modello di gestione dei dati delineati dal Piano triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione 2017-2019 contribuiscono in maniera significativa, seppure con elementi di luce ed ombra. Lo stesso Paniere dinamico dei dataset (recentemente pubblicato l’aggiornamento relativo al 2017) è stato oggetto sia di encomi che di critiche: se da una parte gli si riconosce un ruolo significativo nella programmazione e nel monitoraggio delle politiche di apertura delle Amministrazioni, dall’altra ne è stato evidenziato il limite insito nel suo sbilanciamento sull’offerta e sul monitoraggio dell’offerta di dataset[3] che lo rende uno strumento che ancora con fatica incrocia le richieste e le esigenze di liberazione di dataset avanzate dalla società civile e dalle imprese con la disponibilità dei dati delle Amministrazioni. E qui ritorna il concetto di utilità e di alto impatto! Tuttavia, “l’aggiornamento al 2017 ci restituisce un risultato complessivo che può ritenersi positivo, con una crescita dell’indicatore dal 45,68% del 2016 al 55,15% del 2017” si legge sul dati.gov.it[4]. In un anno la quantità di dataset resi disponibili dalle pubbliche amministrazioni è cresciuta di circa il 10%.

E allora, in questo scenario che sembra essere promettente, cosa manca? Cosa serve? Su cosa è necessario puntare?

Su questo le Amministrazioni che hanno partecipato al convegno si sono espresse su alcuni elementi chiave che possono contribuire a segnare un effettivo cambio di passo: dalla definizione di un modello di business chiaro e strategico legato alla liberazione e al riuso degli Open Data pubblici fino alla formazione a tutti i livelli per sviluppare una cultura del dato e delle opportunità connesse all’apertura, dalla razionalizzazione del sistema normativo per far sì che l’Open Data attraversi tutti i settori della PA in grado di produrre dati e generare informazioni fino all’attivazione di un monitoraggio continuo dell’impatto del valore economico e sociale dei dati liberati, dalla definizione di un modello di governance del dato alla necessità di organizzare e dirigere il coordinamento nazionale delle iniziative locali.

Queste sono solo alcune delle raccomandazioni emerse nel corso del convegno e che sono confluite all’interno del libro bianco dell’Innovazione da oggi in consultazione pubblica. Si tratta di spunti di riflessione che vengono adesso restituiti a tutti coloro che ci seguono perché contribuiscano con commenti e proposte al suo “perfezionamento”. L’invito quindi è al commento, aperto e libero, anche quello!


[1] Interessante a tal proposito lo spunto di riflessione di Vincenzo Patruno riportato nell’articolo “Open data pubblici, la strategia perché siano (davvero) utili all’Italia” pubblicato lo scorso 20 dicembre su Agenda Digitale.

[2] Da questo punto di vista Open Data 200il primo studio sistematico sulle imprese italiane che utilizzano open data nelle loro attività per generare prodotti e servizi e creare valore sociale ed economico” ha restituito un quadro interessante della risposta economica alla liberazione di dati pubblici, ancora prevalentemente legata all’integrazione, analisi e rielaborazione di dati utili a terzi o alla generazione stessa dei dati aperti attraverso piattaforme per gli open data e poco invece al riuso (solo il 17% delle aziende rispondenti sviluppa soluzioni per gli utenti finali).

[3] Open Data, come uscire dall’impasse dopo il Piano Triennale Agid

[4] Disponibilità di banche dati pubbliche in formato aperto

Photo by Leyre Labarga on Unsplash