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Photo by Ruthson Zimmerman on Unsplash

Quali politiche per il lavoro: la persona al centro di un ecosistema di reti locali

di Michela Stentella.

Lo scenario del mondo del lavoro si sta trasformando profondamente. Se i dati ci dicono che l’occupazione è in ripresa – l’Istat riporta che nel nostro Paese il tasso di occupazione è salito al 58%, il livello più alto dal 2009, pur “rimanendo 0,7 punti al di sotto del picco del 2008” (valore massimo pre-crisi) – ad aumentare sono soprattutto i posti di lavoro a tempo determinato e sono ancora grandi le distanze tra le aree del Paese. Mentre nel Centro-Nord il tasso di occupazione raggiunge livelli pressoché analoghi a quelli del 2008, arrivando al 66,7% nel Nord e 62,8% nel Centro, nel Mezzogiorno l’indicatore è ancora al di sotto del 2008 di 2,0 punti (44,0%). Lo scenario attuale e quello futuro descrivono “mercati transizionali del lavoro”, in cui ciascuna persona ha di fronte a sé la prospettiva di transizioni occupazionali frequenti: concludere un’esperienza lavorativa e doverne avviare un’altra non sarà più l’eccezione ma una situazione frequente e normale. Questo uno dei punti centrali da cui è partita la discussione che il 23 maggio scorso a FORUM PA ha animato il convegno “ Il lavoro che cambia il lavoro ”.

Naturalmente un ruolo centrale in questo scenario lo ricoprono le nuove tecnologie, come ha sottolineato nel suo intervento Mariano Corso, Responsabile Scientifico Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Alcuni lavori certamente scompariranno per via dell’automatizzazione nel giro di pochi anni: secondo World Economic Forum saranno 5,1 milioni i posti persi entro il 2020, secondo McKinsey il 60% dei lavori diventeranno automatizzati per almeno il 30% delle attività. D’altro canto, nasceranno nuovi settori, prodotti, servizi con conseguenze in termini di tipologie di lavoro e mansioni svolte; cambieranno i lavori esistenti, che si troveranno sempre più ad interagire con le tecnologie digitali; emergeranno nuove tipologie di lavoro e contratti. Pensiamo al tema attualissimo dello smart working, che a FORUM PA è stato al centro di un altro convegno che vi abbiamo già raccontato in questo articolo . Sempre secondo il WEF il 65% dei bambini che inizia la scuola farà un lavoro che oggi non esiste. Sono quindi necessari nuovi skill e competenze, su cui investire a partire dalla scuola, ma non solo. Le competenze digitali, infatti, dovrebbero riguardare tutti i lavoratori in tutte le funzioni e si tratta, inoltre, di competenze che evolvono continuamente.

In questo contesto, come creare un sistema scolastico adatto a preparare i lavoratori di domani? Come adeguare la normativa? Come intervenire, in definitiva, per creare nuovo lavoro nei nuovi scenari che si delineano e che responsabilità ha su questo la pubblica amministrazione?

Secondo Maurizio Sacconi , ex Ministro del Lavoro e già Presidente della Commissione Lavoro del Senato, in una situazione in cui, come abbiamo detto all’inizio, il sostegno a chi perde il lavoro non è più un problema di soccorso straordinario ma di aiuto continuo nella vita attiva della persona, si devono garantire soprattutto nei territori ecosistemi che offrano perpetue opportunità di apprendimento, competenze, abilità, etc che rendano le persone sempre occupabili. Questo significa solide integrazioni tra scuola, università, imprese, centri e agenzie per l’impiego, fondi interprofessionali. In pratica devono nascere in tutti i territori “Reti locali per l’occupabilità”. In sostanza, le politiche del lavoro devono osservare e rispondere ai bisogni concreti della persona. Per questo si è parlato anche di una riforma dei Centri pubblici per l’impiego che non devono svolgere un mero compito burocratico e dovrebbero essere dedicati non tanto all’incontro domanda offerta quanto all’orientamento e collocamento mirato, alla formazioe, al reskilling della persona mirato a trovare una soluzione lavorativa. Si è rilanciato per questo lo strumento dell’assegno di ricollocamento che è in sperimentazione in Regione Lombardia. Uno strumento con cui la persona che è disoccupata o inoccupata sceglie liberamente il servizio al quale rivolgersi e questo viene remunerato, almeno in parte, sulla base del risultato. Obiettivo dell’assegno: dare impulsi competitivi all’offerta di servizi, spezzare l’autoreferenzialità che ha spesso caratterizzato molti servizi (soprattutto pubblici) e creare un contesto di positiva concorrenza per meglio soddisfare l’aspettativa di occupazione.

Passi avanti in questo senso sono stati fatti, come ha sottolineato Maurizio Ferruccio Del Conte , Presidente dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (Anpal). Le riforme degli ultimi anni hanno preso atto dei cambiamenti in atto, per esempio il Jobs Act sposta l’attenzione dalla protezione del posto del lavoro alla protezione della persona. Si devono accompagnare le persone nelle diverse fasi delle transizioni, che devono essere percepite come fisiologiche e non drammatiche. Per fare questo entrano in campo una serie di soggetti e Del Conte torna a sottolineare l’importanza dell’integrazione tra pubblico e privato nella filiera del lavoro che è anche filiera formativa.

Uno scenario complesso, in cui ciascun protagonista deve svolgere un compito specifico ma in un contesto di collaborazione e integrazione delle competenze. Le politiche attive del lavoro diventano un ecosistema integrato, che comprende tutte le dimensioni che intervengono, a diverso titolo, nelle diverse fasi di vita dell’unico soggetto coinvolto: la persona (che si forma, trova lavoro, lo perde, ne trova uno nuovo, etc).

Uno dei percorsi da avviare è quello di rafforzare l’orientamento. Come ha ricordato l’Assessore della Regione Toscana Cristina Grieco, dei ragazzi che vanno all’estero 8 su 10 sono laureati, mentre la media dei lavoratori italiani è 2 laureati su 10. Vuol dire che i nostri ragazzi laureati non trovano qui occasione per valorizzare le proprie competenze. Perdiamo delle occasioni perché orientiamo i ragazzi su un sistema del lavoro che non c’è più.

Marco Bentivogli , Segretario Generale – Fim-Cisl, ha posto invece l’accento sulla contrattazione territoriale. Ricordando che abbiamo il 90 per cento dei lavoratori impiegati in piccole e medie imprese, il nodo centrale è: chi le accompagna nella trasformazione? La contrattazione territoriale serve per fare massa critica e mettere insieme le PMI che non arriverebbero da sole all’innovazione tecnologica e organizzativa.

Questo lo scenario complessivo e alcune indicazioni operative emerse dal convegno, di cui per un ulteriore approfondimento mettiamo a disposizione la registrazione video e gli atti .

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