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Trasformazione digitale e rallentamenti. Il processo alla PA a FORUM PA 2018

di Marina Bassi.

Nel primo contenuto che avevamo condiviso sul processo al digitale, avevamo fatto riferimento allo stato dell’arte in termini di trasformazione digitale e motivi del suo rallentamento. Da quanto emerso dall’accusa, uno degli elementi che dovrebbe prioritariamente essere attivato per poter parlare di trasformazione digitale nelle Pubbliche Amministrazioni riguarda le competenze digitali (questo è quello che si evince anche dalla Dichiarazione di Tallin sull’eGoverment). La mancanza di competenze adeguate è effettivamente rilevata anche dalla Banca d’Italia nel Rapporto sull’informatizzazione delle amministrazioni locali (2017) come uno degli ostacoli maggiormente influenti, insieme alla mancanza di risorse e alle difficoltà organizzative, sulla difficoltà di aumentare il ricorso alle nuove tecnologie per migliorare i servizi offerti all’utenza. Secondo l’indice DESI anche nel 2018 per l’Italia si conferma il basso livello di competenze digitali, rispetto a cui gli interventi intrapresi risultano essere ancora insufficienti. A questo si aggiunge una serie di dati preoccupanti. Secondo il report Anitec-Assinform 2017, gli investimenti delle PA nel digitale hanno fatto registrare per l’anno 2016 un trend negativo. Nelle Pubbliche Amministrazioni Centrali – PAC – si registra un calo dell’1,9%, e nelle Pubbliche Amministrazioni Locali – PAL – del 2,2%. I vincoli che rendono più difficili i percorsi di digital transformation sono, nelle pubbliche amministrazioni, la mancanza di competenze digitali specifiche, la complessità normativa, il difficile coinvolgimento di PMI nei processi di digitalizzazione, il difficile cambio generazionale. Per questi ed altri motivi, al processo Luca Attias (il coraggioso PM annunciato in precedenza), chiede la pena dei lavori digitali forzati.

Se questo è lo stato dell’arte, che nessuno – nemmeno Stefano Epifani nel ruolo di Difensore – può eccepire, qualcos’altro però va considerato. Le dinamiche che sottostanno al rallentamento dei processi di digitalizzazione sono qualcosa da cui non si può prescindere, per esempio. In un’arringa che ha ribaltato la percezione della prima parte del processo, Epifani fa una similitudine sorprendente, anche se non è una sorpresa: «prendersela con la pubblica amministrazione è facile, perché chiunque di noi ha avuto problemi con il rilascio di un documento, chiunque di noi ha uno o più figli a scuola. I problemi sono sotto gli occhi diretti degli utenti. Ma prendersela con la pubblica amministrazione equivale a prendersela con un’automobile dopo averle tolto il volante, il pilota e le ruote, e dopo aver cosparso di vetri e olio l’asfalto».

Se è vero che la pubblica amministrazione è una struttura fatta di persone, che come tali sbagliano nell’agire se l’azione non è supportata da una visione strategica di lungo periodo, ecco che l’idea iniziale di accusa si ribalta, portando alla luce dinamiche politiche difficili da scardinare, che sempre portano a ripartire da zero, facendo del funzionario di turno l’eroe che riscatterà dal male, senza interrogarsi poi di che male esattamente si sta parlando. Talvolta quel male da commissariare, è uno scenario che ha già fatto passi in avanti, e che forse prima di essere smantellato e ricostruito potrebbe essere riqualificato. Non abbiamo bisogno di commissari, se abbiamo decisori.

Che siamo a un’impasse è chiaro, che vogliamo uscirne continua ad essere chiaro. Il punto è il come, e il giudice neutro, Carlo Mochi Sismondi, nel pronunciare la sua sentenza, individua sette punti-chiave di resurrezione:

  1. Non favorire il cambiamento delle norme all’infinito, ma curare l’attuazione di quelle esistenti;
  2. Abiurare la falsa idea che si possa fare innovazione senza accompagnamento e risorse, ma solo con la legge. Le risorse esistono – come i Fondi Europei, basta impiegarle nel modo giusto;
  3. Ridurre il numero dei giuristi e sostituirli con ingegneri e giovani nativi digitali;
  4. Aprire a una collaborazione continua e strutturata con tutti i portatori di interesse;
  5. Non appellarsi costantemente al cattivo lavoro della politica, facendone un alibi, ma prendersi la responsabilità di monitorare, valutare e rendere noto l’esistente;
  6. Portare “in stato di cattività” i vertici politici apicali, e imporre lo studio almeno basico della cultura digitale;
  7. Avere il coraggio di imparare e, se è il caso, di copiare dal passato, contestualizzando con un’analisi dei fabbisogni.
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