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La sfida economica ed ambientale nel quadro dell’economia circolare

di Mariano Grillo, Direttore Generale*

Rifiuti e inquinamento sono questioni di immediato e grande rilievo nazionale, tematiche complesse e con diversi aspetti di interrelazione, che hanno una dimensione ambientale e sanitaria di estrema rilevanza. È evidente come il loro impatto diretto e indiretto sui cittadini li renda temi molto delicati per l’opinione pubblica stante l’istantanea ripresa nei maggiori organi di informazione di stampa e televisivi.

Anche per questo le politiche relative a rifiuti e inquinamento si configurano spesso come interventi delicati che incidono sulla sensibilità di operatori diversi e in cui il decisore pubblico assume un ruolo di estrema responsabilità per la collettività. Tali politiche, infatti, influiscono sulla produzione e sulla società civile, toccando interessi spesso contrastanti ma parimenti garantiti.

Il quadro generale: il paradigma che attualmente guida le politiche ambientali è il passaggio da un modello di economia lineare ad uno circolare
Si tratta in sostanza di passare da un modello tradizionale in cui la catena economica riprende continuamente lo stesso schema di estrazione, produzione, consumo e smaltimento ad uno in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, siano organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorsa per qualcun’altro.
Ebbene, posto che molti strumenti per la circolarità sono già presenti nel quadro delle policies ambientali tradizionali, la sfida è quella di trasformare le problematiche del sistema produttivo nazionale in opportunità, stimolando la creatività delle imprese in funzione della valorizzazione economica del riuso di materia ed investendo in ricerca e sviluppo. Inoltre, l’utilizzo di materiale riciclato internamente può permettere di essere meno dipendenti dall’approvvigionamento estero, e quindi meno soggetti alla volatilità dei prezzi delle materie prime.

Cosa riprendere e sviluppare: dalla revisione normativa UE sui rifiuti al quadro strategico di azioni prioritarie che dovranno guidare le politiche dei prossimi anni
Nell’ultimo ventennio la gestione dei rifiuti in Italia ha subito una forte evoluzione, raggiungendo, seppur con aree di persistente criticità, notevoli risultati, raggiungendo tassi di riciclo importanti anche paragonati agli altri stati dell’Unione europea. Ora, come noto, l’Europa ha rafforzato la sfida della transizione verso l’economia circolare, alzando il livello di ambizione delle proprie politiche sui rifiuti, attraverso un’imponente revisione normativa che va sotto il nome di “pacchetto rifiuti”. Non a caso tale revisione, è accompagnata da un Piano di azione verso l’economia circolare, una comunicazione della Commissione che fornisce un quadro strategico di azioni prioritarie che dovranno guidare le politiche dei prossimi anni. Dopo oltre due anni di negoziato, il “Pacchetto rifiuti” è oramai prossimo alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale e da quel momento gli Stati membri avranno due anni a disposizione per recepire nei propri ordinamenti quanto previsto dalle nuove direttive.

Prospettive future: per il nostro Paese il recepimento delle direttive europee comporterà un profondo rinnovamento della normativa sui rifiuti
Tale imponente attività non potrà che avvenire, sulla scia di quanto già avvenuto in fase negoziale, con l’informazione ed il coinvolgimento dei portatori di interesse a tutti i livelli.
Le sfide poste dal “pacchetto rifiuti”, dall’innalzamento degli obiettivi di riciclaggio sia dei rifiuti urbani e degli imballaggi all’introduzione di un obiettivo di smaltimento in discarica devono essere lette come una grande opportunità di crescita verde per l’economia del Paese che grazie alle nuove disposizioni avrà a disposizione ulteriori strumenti per agire in questa direzione.
Partiamo dal dato che oggi la filiera del riciclo a livello nazionale è consolidata e rappresenta una realtà importante per l’economia del Paese. Ciò che si impone oggi è piuttosto una riflessione sul passo ulteriore che le politiche nazionali sui rifiuti dovrebbero compiere, passando dalla corretta “gestione” alla “prevenzione dei rifiuti”.

Le politiche per il riciclaggio dei rifiuti creano e fanno crescere settori economici “verdi” che naturalmente raccolgono il sostegno in un’ottica di economia circolare permettendo ai rifiuti di trasformarsi in nuovi prodotti. Tuttavia, occorre ricordare che a differenza del “riciclaggio”, la mancata produzione dei rifiuti si traduce immediatamente in mancati costi di gestione e rifiuti a carico della collettività. Accanto alle indubbie motivazioni ambientali esistono quindi anche valide motivazioni economiche per ritenere che la prevenzione della produzione di rifiuti sia l’opzione da anteporre a tutte le altre. Allo stesso tempo occorre riconoscere che si tratta anche dell’opzione più complessa da attuare riguardando interventi trasversali sui processi di produzione e consumo e non attenendo propriamente al campo della gestione dei rifiuti.

Difficilmente misure di prevenzione dei rifiuti potranno trovare forte motivazione e spinta dal mercato; al contrario è necessaria una volontà chiara dei policy maker che si traduca in interventi in grado di incidere sui modelli di produzione e consumo in modo che generino meno rifiuti.

Il quadro dell’economia circolare è senza dubbio il contesto adatto a cogliere questa sfida superando la dimensione “rifiuti” per guardare a monte alla produzione e ai consumi. Il successo dell’impresa dipenderà dall’impegno di tutti, dai decisori pubblici, al mondo della produzione e ai cittadini. Ne va della credibilità di un termine che oggi pervade ogni documento nel settore ambientale, ma che privo di impegni concreti rischia di rimanere uno slogan. E questo sarebbe il danno più grave per tutti.


* Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Direzione generale per i rifiuti e l’inquinamento

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