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Il Piano Triennale: ora serve una strategia di riferimento sinergica per la trasformazione digitale del Paese

di Alessandra Poggiani, Direttore Generale VENIS – Venezia Informatica e Sistemi S.p.A.

Sono ancora le Regioni e le Città Metropolitane a programmare la maggior parte dei fondi disponibili per la trasformazione digitale e non tutti vanno nella stessa direzione. Questo ha il risultato di continuare a moltiplicare i sistemi in via di realizzazione, quando basterebbe un sistema per tutti. Perché ogni comune ha un software diverso di contabilità se le regole di bilancio sono uguali per tutti? Perché ogni regione sta sviluppando un fascicolo sanitario per conto suo? Perché non costruiamo modelli replicabili, massimizzando così le risorse

Le piattaforme abilitanti, in particolare SPID e ANPR, stentano a decollare per lo stesso motivo. C’è bisogno di un vero coordinamento fra centro e periferia, soprattutto perché è nei comuni che i cittadini trovano l’interlocutore naturale alle loro esigenze di servizio. SPID, che pure funziona, non si diffonderà mai se non si obbligano veramente tutti gli enti a utilizzarlo come unica modalità di autenticazione e se non si spinge a una maggiore integrazione, anche con i servizi del privato (es. home banking), che porti i cittadini a ritenere veramente conveniente il fatto di doversi procurare una identità digitale.

Criticità e problemi da risolvere: razionalizzazione del patrimonio informativo e ICT della PA
Sul fronte ANPR non sono più differibili i correttivi necessari alla piattaforma, salvo non voler “bucare” anche la scadenza del 2018. Senza un sistema veramente unico (non web services verso piattaforme esistenti, speso obsolete almeno a livello di architettura) e senza l’integrazione con lo stato civile, il sistema non sarà mai a regime.
Il sistema integrato di gare per i servizi innovativi per le PA di CONSIP (SPC connettività, SPC Cloud, Sistemi Gestionali Integrati) sono degli ottimi strumenti che facilitano la vita degli enti. Tuttavia la loro concreta applicazione in aree geografiche non centrali e per comuni o enti di dimensioni e budget limitate, incontra grosse difficoltà nella disponibilità/qualità dei fornitori e nella gestione del demand. E rischia di disperdere risorse in progetti sempre uguali rifatti cento volte, invece di fare sistema.
Su tema della razionalizzazione del patrimonio informativo della PA c’è necessità di un approccio più coercitivo e che allo stesso tempo obblighi al consolidamento, ma offrendo soluzioni viabili agli enti, soprattutto i più piccoli.
Non c’è dubbio che nell’ultima legislatura ci siano stati passi avanti e molte iniziative siano finalmente partite. Rimane lo scoglio di una situazione ancora troppo variegata e disomogenea e di mancate interlocuzioni centro/periferia nella definizione dei piani.

Cosa mi aspetto per il 2018: politiche d’innovazione comuni che accompagnino la società alla trasformazione, omogeneità dei servizi pubblici on line

Nella sfida globale della trasformazione digitale degli ultimi 30 anni l’Italia è rimasta indietro, nonostante gli sforzi positivi degli ultimi anni. La fotografia del DESI, il Digital Economy and Society Index della Commissione Europea , è – anche dopo i passi avanti fatti, piuttosto impietosa e lo è anche per la PA.

Con il Piano Nazionale Banda Ultra Larga, il governo precedente ha messo a disposizione importanti risorse, per realizzare infrastrutture di banda ultralarga in fibra ottica nelle aree a fallimento di mercato favorendo la tecnologia FTTH, portando la fibra ottica fino alle case per un’infrastruttura “a prova di futuro”. A questo si affianca il piano Enel Open Fibre, insieme ad altri interventi pianificati dagli altri operatori, come emerge nella recente consultazione del Ministero dello Sviluppo Economico. Possiamo, quindi, finalmente aspettarci davvero stavolta che entro il 2020 anni avremo una copertura in fibra ottica in tutto il paese, e con tecnologie FTTH o FTTX per la maggior parte della popolazione residente in aree densamente popolate. Ma per quanto la disponibilità d’infrastrutture sia essenziale per sollecitare la domanda, questo non basterà.

Un altro indicatore assai preoccupante è, infatti, quello della familiarità con Internet (alfabetizzazione e competenze digitali) degli italiani. Anche qui l’Italia è decisamente sotto la media europea. La convergenza internet-mobile ha fatto sì che gli italiani abbiano familiarizzato in fretta con i social network (L’Italia è il tredicesimo paese del mondo per utenza Facebook, con oltre 28 milioni di iscritti ), ma questo non li ha resi più digital-ready, in termini di competenze, di utilizzo servizi avanzati.

Bisogna rimettere al centro il tema delle competenze digitali, anche sotto il profilo delle competenze all’interno della PA, perché una cattiva domanda genera una cattiva offerta. E non è solo un tema tecnico o tecnologico. E’ un tema che investe il ripensare l’organizzazione della PA e il superamento dei silos che oggi sono ancora prevalenti e che rendono, nel migliore dei casi, il processo di digitalizzazione una mera traduzione “informatica” di processi vecchi e pensati per un mondo analogico.

C’è una dimensione esiziale che tutti questi sforzi lasciano sullo sfondo, quella di una politica industriale e sociale che non può non calarsi sull’architettura istituzionale che è propria del nostro paese: quella dove le città, intese sia come amministrazioni, ma soprattutto come luoghi del “vivere”, sono da sempre lo spazio in cui si possono attuare i cambiamenti veri, che coinvolgono la vita delle persone. Nessuna iniziativa, se non si porrà il tema della sua sostenibilità e del suo sviluppo “nei luoghi del vivere quotidiano” potrà, almeno in tempi brevi, colmare il divario che ancora ci separa dai paesi che sono riusciti a entrare nel nuovo millennio.

La strategia del nuovo Governo dovrà riuscire ad avere una forza centripeta che stimoli gli attori sui territori ad avere una visione omogenea e dovrà chiedere con forza a tutti di convergere su standard tecnologici e politiche d’innovazione comuni, che possano accompagnare la società alla trasformazione necessaria. E’ necessario superare la situazione di frammentazione nella realizzazione di infrastrutture e servizi, per arrivare, con un forte impulso centrale, a una maturità digitale, attraverso piattaforme coerenti, omogenee e condivise. Serve uno switch-off netto.

In questo “ridisegno” del rapporto con i servizi digitali, il settore pubblico può fare molto. In Italia c’è un’altissima frammentazione dei servizi pubblici online (sono oltre 100.000), ciascuno con diverse modalità di accesso, diverse user experience, diverse tecnologie. L’informatica, strumento di integrazione per eccellenza, nell’amministrazione pubblica italiana è diventato fattore di disgregazione. Troppo spesso, la digitalizzazione nel settore pubblico è progettata per rispondere ai bisogni delle amministrazioni, e non a quelli di cittadini e imprese. E la cattiva domanda pubblica ha determinato una progressiva stagnazione dell’offerta, che non ha aiutato lo sviluppo dell’industria ICT nazionale e locale. Per questo, bisogna chiamare le città a svolgere un ruolo decisivo, stimolando la collaborazione e l’integrazione fra enti, partendo da come le persone “guardano” e “usano” gli strumenti, realizzando ex novo servizi pensati per lo spazio digitale (e non digitalizzando le procedure esistenti), con una user experience omogenea, e che siano davvero semplici e belli da usare (come quelli dei privati). Continuare a informatizzare processi pensati per la carta e per modalità novecentesche di interazione fra pubblico e privato e fra amministrazione e cittadini non può funzionare.

Solo realizzando ex-novo servizi più “vicini” alle persone, si potrà adottare un vero switch-over dall’analogico e solo così si potrà determinare sia il passaggio definitivo al digitale, sia il ritorno sugli investimenti di risorse pubbliche in termini di ricadute su crescita, occupazione e qualità della vita.

Non è un programma semplice. Richiede un forte sostegno politico, e insieme la capacità del «centro» di essere esempio, guida e aiuto concreto. Richiede una forte capacità di cambiamento organizzativo delle amministrazioni che devono rivedere “davvero” i propri processi e formare a competenze completamente nuove il proprio personale. Richiede che gli attori delle comunità locali (università, scuole, imprese, associazioni di categoria) si facciano promotori e animatori della trasformazione anche del settore privato e della domanda di servizi. Ma solo così si può accelerare il processo di cambiamento avviato negli utlimi anni, con fatica.

Le leve economiche ci sono. Le risorse della programmazione europea 2014-2020 sono ancora lì, seppur non sempre ben pianificate, o almeno pianificate per fare sistema. Bisogna usarle meglio, in maniera davvero coordinata.

Ma c’è bisogno soprattutto di una responsabilità e un sostegno politico forte, di un Ministero ad-hoc autorevole e dedicato e di uno sforzo vero di coordinamento fra PAC e PAL, con incentivi e sanzioni, che metta la trasformazione digitale, intesa come modalità di servizio al cittadino e come modello organizzativo più semplice e adeguato alla società, al centro dei programmi di tutte le amministrazioni, e non lasciata alla buona volontà, che pure c’è, di singoli enti o operatori. E c’è bisogno che AGID diventi una vera agenzia/authority, non più un “dipartimento” della Funzione Pubblica, ma una struttura capace di sovraintendere per competenza la parte di factory pubblica (SOGEI) e la parte di centrale acquisti (CONSIP), di coordinare tutte le amministrazioni (anche quelle locali), perché testa, braccia, gambe e portafoglio devono funzionare “insieme” e andare verso la stessa direzione per andare da qualche parte.

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