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FOIA, lobbying e whistleblowing: ripartiamo da qui

di Michela Stentella.

Per fare un bilancio della passata legislatura e capire dove andare nei prossimi anni, non possiamo partire che dal FOIA. Da qui Federico Anghelè* comincia la sua riflessione: da quella che definisce una “rivoluzione copernicana”, che però ha ancora molti margini di miglioramento.

Cosa riprendere e sviluppare: il Freedom of Information Act e la legge sul whistleblowing

“Essendo tra i protagonisti, insieme ad altre organizzazioni della società civile, della campagna che ha portato all’introduzione del FOIA in Italia non possiamo che dirci soddisfatti. Anzi, moderatamente soddisfatti. Era una legge che mancava, era un diritto che i cittadini e i professionisti dell’informazione dovevano acquisire. Prova ne è stata che, nel ranking internazionale sul diritto di sapere, l’Italia ha fatto un balzo enorme guadagnando nel 2016 43 posizioni proprio grazie all’approvazione della legge. Detto questo, abbiamo fatto il punto a un anno dalla sua entrata in vigore e pensiamo che la legge sia stato un primo passo importante, ma che ora si dovrebbe procedere su più fronti per migliorare il testo e per avere maggiore chiarezza. Intanto, il problema principale è che oggi ci sono tre modalità di accesso: l’accesso agli atti (Legge 241/90), l’accesso civico (D.lgs. n. 33/2013) e infine l’accesso generalizzato previsto dal FOIA. Se questo, da una parte è una garanzia per i cittadini che possono fare richieste secondo esigenze e modalità diverse, dall’altro crea una situazione talvolta caotica per le stesse pubbliche amministrazioni che dovrebbero rendere disponibili i dati. Il secondo punto su cui si dovrebbe lavorare è la riduzione delle materie su cui non è possibile fare richiesta di accesso, che sono ancora numerose. Il terzo punto è quello dell’educazione, per rendere consapevoli dell’importanza dello strumento sia le PA che i cittadini. Bisognerebbe spiegare prima di tutto quali informazioni essenziali per la vita democratica del Paese si possono ottenere grazie al FOIA e, più in generale, spiegare l’utilizzo pratico dello strumento, far capire ai cittadini in quale maniera procedere per fare richiesta di accesso. Da queste considerazioni non è escluso chi lavora nel mondo dell’informazione: anche noi, come altre associazioni, abbiamo fatto alla fine del 2017 una piccola indagine su 65 amministrazioni, guardando anche all’utilizzo da parte dei media. Emergono molti dinieghi da parte delle amministrazioni, ma anche un basso numero di richieste da parte dei giornalisti, quindi c’è ancora molto da fare”.

“Oltre al FOIA un’altra importante iniziativa, questa volta in tema di lotta alla corruzione, è stata presa di recente: a novembre 2017, infatti, è stata approvata a larga maggioranza una legge che introduce il whistleblowing (la segnalazione di attività illecite nell’amministrazione pubblica o in aziende private, da parte del dipendente che ne sia venuto a conoscenza per ragioni di lavoro) che punta a garantire e tutelare chi fa questo tipo di segnalazione. Ovviamente la legge ha dei limiti. Se infatti ha una validità per il settore pubblico, nel privato è limitata perché subordina la tutela al fatto che l’azienda abbia un modello organizzativo ai sensi della legge 231. Confina quindi la normativa alle aziende medio grandi, mentre il nostro tessuto produttivo economico è fatto soprattutto di piccole aziende. Ma sul versante pubblico è stato un passo significativo, andrà implementata e andrà fatto un monitoraggio per verificare che produca l’effetto voluto, ovvero salvaguardare gli enti pubblici dal malaffare e dalla corruzione”.

Cosa vorrei per il 2018: una legge nazionale in materia di lobbying

“Ancora una volta questa legislatura e questo governo hanno mancato l’opportunità di creare una legge che regolamenti il fenomeno del lobbying, che per me non ha di per sé una connotazione negativa: si possono fare attività di rappresentanza degli interessi, ma è giusto che chi lo fa venga tracciato e che venga tracciato come di fatto come si prendono le decisioni. In mancanza di un quadro normativo nazionale, siccome è un tema caldo alcune amministrazioni hanno deciso di muoversi in maniera autonoma. Con le leggi regionali varate negli ultimi anni il rischio è ovviamente di creare una normativa a macchia di leopardo, con buchi notevoli e con disparità significative. Ne viene fuori un caos normativo che non aiuta nessuno, né il regolatore né la società civile. A livello centrale sono state invece avviate iniziative valide da parte dello stesso governo, come l’impegno preso dal ministro Calenda e dalla ministra Madia di introdurre nei loro ministeri un’agenda pubblica degli incontri e un registro dei portatori di interesse, che di fatto vincolano all’iscrizione chi intende fare attività di pressione o rappresentanza dei propri interessi. Il governo, anche in assenza di una normativa, avrebbe potuto estendere questa iniziativa del tutto spontanea anche agli altri ministeri, cosa che non è stata fatta. Va comunque ricordato che senza dubbio la trasparenza del versante politico è importante, ma sarebbe altrettanto importante che questa venisse estesa quanto meno ai vertici amministrativi, quindi ai capi dipartimento che rimangono oltre il mandato dei ministri”.


*Metà analista, metà attivista. Un dottorato in storia politica e alcuni anni di ricerca alle spalle, ha deciso di passare dalla teoria alla pratica. Oggi lavora a Riparte il futuro, la più grande comunità digitale italiana che si occupa di anticorruzione e trasparenza. È responsabile delle relazioni istituzionali e dell’attività di policy.

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